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Google di nuovo sotto accusa per concorrenza sleale

Google di nuovo sotto accusa per concorrenza sleale
Google di nuovo sotto accusa per concorrenza sleale
Pierfrancesco Biccoli

Google è nuovamente nell’occhio del ciclone per l’ordinamento con cui mostra i risultati nel motore di ricerca. Questa volta l’accusa non viene dall’Unione Europea ma da uno studio condotto dai due ricercatori: Tim Wu della Columbia Law School e Michael Luca della Harward Business School e sponsorizzato da Yelp, competitor di Google e già sostenitore di azioni legali nei confronti della casa di Mountain View.

“Google è conosciuto principalmente come motore di ricerca ma ha anche contemporaneamente sviluppato propri contenuti in alternativa a quelli prodotti da altri siti web”

si legge nella relazione che illustra i risultati ottenuti dai ricercatori e continua

“Mostrando principalmente i propri contenuti in risposta alle query di ricerca Google è in grado di utilizzare la sua posizione dominante nei servizi di ricerca per guadagnare utenti per i propri contenuti”

In altre parole non è sotto accusa il motore stesso ma gli altri servizi di Google e la posizione con cui questi servizi sono visualizzati rispetto agli altri.

I contenuti di Google

Yelp ad esempio è un gigantesco motore di ricerca per attività locali. Utilizzando Yelp è possibile avere indicazioni su un gran numero di attività, come ad esempio ristoranti, dentisti, parrucchieri meccanici.

Tuttavia ricercando con Google per esempio “ristoranti Roma” si ottengono in risposta una serie di risultati composti direttamente da contenuti di proprietà di Google, con la possibilità di scrivere una recensione, votare, leggere le recensioni degli altri utenti. Questo tipo di risultato secondo quanto riportato dalla ricerca è a discapito dei consumatori e dei servizi concorrenti di Google.

I risultati della ricerca

Per dimostrare quanto questa modalità sia dannosa per gli utenti e per la concorrenza, Tim Wu e Michael Luca hanno diviso un campione di 2690 volontari in due parti. Ad un primo gruppo sono stati mostrati risultati nella modalità classica proposta da Google. Al secondo gruppo sono stati mostrati risultati che contenevano anche contenuti provenienti da Yelp e da altri competitor. Il risultato della ricerca è che a quanto pare il secondo gruppo ha mostrato una propensione maggiore a cliccare su link provenienti da risultati compositi, nella misura del 45%.

La risposta di Google

La risposta di Google non si è fatta aspettare ed è stata piuttosto secca, tesa a minimizzare il valore dello studio condotto dai due ricercatori e dal loro team. Un portavoce di Google ha dichiarato al New York Times:

“Non è una novità. Yelp ha portato questi argomenti di fronte al legislatore e ha domandato un posizionamento più alto nei risultati di ricerca negli ultimi 5 anni. Questo ultimo studio è basato su una metodologia viziata che si basa su un pugno di query. In Google ci concentriamo nel fornire il miglior risultato possibile per i nostri utenti”

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Pierfrancesco Biccoli
@pbicco

Programmatore, viaggiatore, sportivo, di solito mi lascio appassionare da tutto ciò che ha luci colorate e tasti da premere

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